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Elections Hub

L’Elections Hub del Centro Studi Internazionali osserva e promuove analisi sugli scenari elettorali di alcuni Paesi strategici in Europa, Asia e America. L’obiettivo del programma è comprendere e commentare gli scenari politici in cui si svolgono elezioni parlamentari e presidenziali.

In evidenza

Presidenziali Perù 2021: una battaglia fino all’ultimo voto

10/07/2021

Francesco Rojch, Elections Hub

Il 6 giugno 2021 il Perù ha votato per le elezioni presidenziali, ma il suo Presidente non è ancora salito al potere. Il popolo ha riposto la propria volontà nei confronti di Pedro Castillo, ma l’autorità Jurado Nacional de Elecciones che vigila per il corretto svolgimento della votazione, non ha proclamato la guida del Paese che nel frattempo subisce il morso del Covid. La sfidante di Castillo, Keiko Fujimori, ha sollevato dubbi sulla regolarità del voto. In tutto il Paese sudamericano, ma anche in molte città europee, i cittadini scendono in piazza per chiedere che si rispetti la volontà popolare e venga nominato Presidente della Repubblica il leader di Perù Libre Pedro Castillo.

Otto mesi fa, il 9 novembre 2020, il Presidente della Repubblica peruviana Martin Vizcarra è stato rimosso dalla guida del Paese in quanto accusato di “incapacità morale o fisica permanente” per un presunto caso di corruzione riferito a quando era ancora governatore della regione di Moquegua. Il Parlamento peruviano ha votato dunque per il suo impeachment nonostante la sua grande popolarità. La rimozione di Vizcarra, dicono i giornali internazionali, è stata una grossa sorpresa in Perù. Alla fine del mese di settembre una prima procedura di impeachment avviata dalle opposizioni si era conclusa con solo 32 voti a favore della rimozione di Vizcarra, e si pensava che anche quest’ultima votazione sarebbe finita nello stesso modo. In seguito alla rimozione del Presidente, i suoi sostenitori hanno affermato che egli sia stato sollevato per aver tentato di riformare il sistema giudiziario e bloccare la corruzione nel Paese. A tali esternazioni, sono seguiti asprimissimi scontri tra la polizia e i manifestanti che hanno portato due giovani a perdere la vita. Dopo la rinuncia del successore di Vizcarra, Manuel Merino De Lama, si è arrivati ad una situazione di compromesso con Francisco Sagasti Hochhausler, il quale ha traghettato il Paese alle elezioni del 6 giugno 2021.

Alle urne si sono sfidati Pedro Castillo, rappresentante della sinistra, e Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore peruviano Alberto Fujimori dal 1990 al 2000, incarnazione della destra radicale sudamericana. I due candidati provengono da estrazioni politiche e sociali agli antipodi: Castillo è un insegnante di scuola elementare, sindacalista, capo del partito Perù Libre di ispirazione marxista e le sue roccheforti elettorali sono state le zone rurali del Paese, gli altopiani dove vivono i campesinos, meticci e indigeni. Fujimori è la leader di Forza Popolare, la sua base elettorale è quella delle aree urbane, tra cui i quartieri più centrali di Lima dove è stata appoggiata dalle élite. Qualora Fujimori non vincesse le elezioni, cosa che ormai appare abbastanza chiara nonostante il Jne non abbia ancora annunciato il risultato, rischierebbe un processo per corruzione: è accusata di aver preso fondi dalla controversa società di costruzioni brasiliana Odebrecht. Se giudicata colpevole, la leader di destra rischia fino a 30 anni di prigione.

Si è andati molto vicini all’incubo del “too close to call” che paralizzò gli Stati Uniti nel duello Bush-Gore del 2000, ma le urne peruviane hanno decretato la vittoria di Pedro Castillo che ha ottenuto il 50,2% delle preferenze contro il 49,87% di Fujimori. La candidata di destra ha contestato il risultato e accusato di brogli elettorali Castillo, fino a chiedere l’annullamento di migliaia di schede elettorali e procedere con nuove elezioni. Il leader di Perù Libre ha annunciato la vittoria su Twitter e avvertito la Fujimori che il suo appello ha esacerbato un clima già infuocato e alimentato l’escalation di violenza. Il Paese appare spaccato e sempre più vessato dal Covid; la pandemia ha flagellato l’economia interna del Perù, uno dei Paesi più colpiti dal virus, e secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale c’è stato un aumento di quasi due milioni di nuovi poveri: oggi un peruviano su tre non riesce ad arrivare a fine mese e il governo di transizione di Sagasti, nonostante il sussidio di €150 distribuito da febbraio dal governo di transizione di Sagasti. Tuttavia diversi osservatori internazionali hanno smentito le presunte irregolarità denunciate da Fujimori, le dispute legali potrebbero andare avanti anche per settimane e ribaltare i risultati delle elezioni, anche se appare uno scenario remoto.

A fine giugno il Perù non ha ancora un vincitore della tornata elettorale, la popolazione è scesa nuovamente per le strade del Paese e il rischio che le due fazioni entrino in contatto, creando un mix esplosivo, è concreto. Da una parte i sostenitori di Castillo hanno chiesto al Jne di proclamare la vittoria di Perù Libre uscito vincitore dalle urne, per il bene del Paese e della democrazia, dall’altra gli elettori di Fujimori hanno accusato Perù Libre di contraddire la volontà popolare. Quando e se verrà dichiarato vincitore delle elezioni presidenziali, il candidato della sinistra dovrà fare i conti con un parlamento diviso, dove nessuno ha i numeri per governare. Ciononostante la sua vittoria ha generato entusiasmo tra le persone in difficoltà economica, percentuale sempre più ampia anche a causa del Covid. Castillo ha i riflettori puntati di tutta l’America Latina. Evo Morales, ex presidente boliviano, si è congratulato sostenendo che questa è una vittoria “del popolo peruviano ma anche del popolo latinoamericano che vuole vivere con la giustizia sociale”. La cd. “onda rossa” generata da Castillo potrebbe ripetersi anche in altri Paesi del continente: Brasile, Cile e Colombia sono solo i primi che voteranno a breve.

Il nuovo Iran di Raisi, parola all’esperto: intervista al professor Pejman Abdolmohammadi

03/07/2021

Intervista a cura di Matteo Buccheri, Elections Hub

L’Elections Hub del Centro Studi Internazionali (CSI) ha avuto il piacere e l’onore di intervistare uno dei massimi esperti di Iran, il professore italo-iraniano Pejman Abdolmohammadi. Ha conseguito un Ph.D. in Middle Eastern Studies nel 2007 presso l’Università di Genova dove ha poi insegnato Storia e Istituzioni dei Paesi del Medio Oriente dal 2016 al 2018, prima di trasferirsi all’Università di Trento dove è attualmente Senior Assistant Professor presso la School of International Studies. Il professor Abdolmohammadi è stato anche Lecturer di Political Science e Middle Eastern Studies all’American John Cabot University di Roma dal 2013 al 2016 e Resident Research Fellow alla London School of Economics and Political Science (LSE) dal 2015 al 2018 e ha collaborato a lungo con Limes e con prestigiosi istituti internazionali come l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l’International Politics of Iranian Studies (IPIS).

Professore, partiamo da una precisazione sull’orientamento ideologico di Raisi. La stampa occidentale lo etichetta sovente come ultraconservatore. È corretto oppure è meglio collocarlo tra i conservatori tradizionalisti?
È meglio definirlo conservatore tradizionalista.

Ci saranno dei cambiamenti sostanziali nei negoziati di Vienna da parte della delegazione iraniana e di quella americana?
Non ci saranno cambiamenti sostanziali da parte della delegazione iraniana. La Repubblica Islamica sotto la nuova presidenza cercherà comunque di raggiungere un accordo perché ha bisogno di diminuire le pressioni economiche, quindi Raisi continuerà lo sforzo che ha iniziato Rouhani. La palla ora passa a Biden: bisogna vedere se il Presidente americano porterà avanti la stessa linea di apertura verso Raisi dal momento che sono emerse problematiche relative alla legittimità delle elezioni dal punto di vista del consenso e del boicottaggio. Vedremo se Biden, che sta applicando questa nuova dottrina basata sui diritti umani e civili contro la Cina, farà lo stesso contro l’Iran.

Come cambierà l’equilibrio in Medio Oriente?
L’equilibrio regionale non cambierà tantissimo, almeno nel breve periodo. Rimane la tensione con Israele e Arabia Saudita. In politica estera, Raisi non sarà né più estremista né più moderato. Penso che ci sarà nei primi mesi una continuità con la politica estera di Rouhani, anche per quanto riguarda i dialoghi con i sauditi in relazione alla guerra in Yemen.

Il governo di conservatori può in qualche modo disincentivare gli investimenti esteri occidentali, isolando il Paese e quindi spingendolo verso Russia e Cina?
Assolutamente sì, da questo punto di vista c’è uno spostamento, una discontinuità nella questione dei rapporti con gli attori globali. L’arrivo di Raisi sicuramente sposterà il baricentro di Teheran ancora di più verso Cina e Russia e ne diminuirà l’apertura verso Stati Uniti e Unione Europea. Ciò non significa che non ci sarà attenzione verso l’Occidente, ma sicuramente il baricentro si sposterà ancora di più verso Pechino e Mosca.

Il nuovo governo come ha intenzione di risollevare l’economia iraniana?
Sicuramente questa è la grande sfida perché il problema economico è molto profondo. Il tentativo si focalizzerà sul raggiungimento dell’accordo con Stati Uniti e Unione Europea e dall’altra parte su un’apertura a 180° verso gli investimenti cinesi, cercando di rafforzare l’economia. Il traguardo in questo momento è molto limitato, non ci aspettiamo un risanamento economico almeno nei prossimi due anni.

Come si posizionerà il governo Raisi riguardo al problema del cambiamento generazionale dal momento che queste elezioni hanno aumentato la crisi valoriale di buona parte della popolazione, perlopiù giovanile, nei confronti della Repubblica Islamica?
È un grande problema di cui Raisi e tutta l’élite islamica sono consapevoli. Ci sono nuovi gruppi di vari livelli d’età che avanzano istanze politico-sociali che si allontanano da ciò che la Repubblica Islamica esprime. Dall’altro lato c’è un problema di disuguaglianza sociale che deve essere risanata e che sta creando problemi sociali ed economici all’interno delle nuove generazioni. Questa è la grande sfida che la presidenza Raisi dovrà affrontare; sarà molto difficile anche perché il boicottaggio delle elezioni ha espresso in modo chiaro una disaffezione di buona parte della società, composta soprattutto dai giovani. La sfida sarà appunto attirare almeno in parte questi giovani che si sono allontanati dai valori istituzionali e costitutivi della Repubblica Islamica.

Ci si può aspettare un’ondata di proteste sulla scia del Green Movement del 2009?
La situazione è molto diversa dal 2009 quando le proteste hanno avuto origine anche da un conflitto intra-élite, con i riformisti che utilizzarono la popolazione per fare pressione sui conservatori. Adesso invece abbiamo una disaffezione che va anche e soprattutto verso i riformisti. Negli ultimi giorni ci sono stati scioperi nazionali abbastanza preoccupanti che non erano mai avvenuti su questa scala nei settori, per esempio, del petrolio e del gas. Non sono da escludere dei nuovi movimenti di protesta, penso sia quasi fisiologico, ma tutto dipenderà dalle risposte che la presidenza Raisi riuscirà a dare, soprattutto nei primi tre mesi di governo.

La Repubblica Islamica è destinata a cambiare il proprio assetto?
La domanda è molto interessante. La Repubblica Islamica ha già cambiato il suo sistema istituzionale, nel senso che con queste ultime elezioni non è più un regime ibrido ma si è avvicinata ad un regime più chiuso. Avendo diminuito, quasi azzerato, col Consiglio dei Guardiani una competizione già limitata tra i candidati delle diverse fazioni politiche, ha fatto sì che automaticamente la natura fisiologica flessibile della Repubblica Islamica, che le aveva permesso di vivere in queste quattro decadi, sia venuta meno. Sembra che la Repubblica stia cambiando pelle, che stia diventando più chiusa. C’è già quindi un cambiamento importante. Molto dipenderà dall’economia, bisogna vedere se questa chiusura politica sarà compensata da una ripresa economica. Se questo accade, c’è una prospettiva più stabile e può essere che il sistema riesca a mantenere il suo status.

Le elezioni in Etiopia: una sconfitta annunciata

07/04/2021

Stefano Ceretto, Elections Hub

La salita al potere di Abiy Ahmed nel 2018 aveva portato grandi speranze sul futuro dell’Etiopia, un Paese martoriato dai conflitti e dall’instabilità politica, in un’area geografica incapace di superare le divisioni. La fine delle tensioni con l’Eritrea, conseguente all’accordo sui confini tra i due Paesi, aveva garantito un miglioramento delle condizioni sociali, nonché il plauso della comunità internazionale per le capacità espresse dal leader etiope. Nell’agosto del 2020 si sarebbero dovute tenere le elezioni generali in Etiopia che, nelle intenzioni del Primo Ministro, avrebbero garantito stabilità politica e rafforzato il potere del governo federale sul territorio. La pandemia e i notevoli problemi logistici hanno causato l’impossibilità, secondo le organizzazioni governative, di tenere le elezioni, con grande disappunto sulle reali intenzioni di Abiy Ahmed. Dopo un primo rinvio a maggio 2021, il National Electoral Board of Ethiopia, incaricato di gestire il processo elettorale, ha dovuto nuovamente posticipare la data delle elezioni. Il 21 giugno risulta quindi essere fondamentale per portare a termine il tanto atteso evento politico. Nei fatti però non porterà a nessun cambiamento sostanziale, né tantomeno a una resa dei conti tra i differenti partiti che negli anni si sono scontrati per la leadership politica. In quest’ultimo anno, infatti, l’Etiopia è stata terreno di scontro tra i molti gruppi etnici del Paese, che combattono fra di loro per divisioni storiche. Dopo una breve fase illusoria, in cui i gruppi politici sembravano collaborare, il rinvio delle elezioni ha fatto traboccare il vaso e provocato una guerra tuttora in corso nella regione settentrionale del Tigray.

Lo scoppio del conflitto è avvenuto nel novembre del 2020 quando il governo regionale nel nord del Paese, controllato dal Tigray People’s Liberation Front (TPLF), aveva indetto le elezioni sul proprio territorio, nonostante il posticipo imposto da Addis Abeba. L’escalation è stata rapida e ha visto in primo luogo il governo federale tagliare le risorse impiegate nel Tigray, successivamente ha risposto agli attacchi dei gruppi armati legati al TPLF. Dopo mesi di scontri, violenze sessuali e carestia, l’area settentrionale dell’Etiopia è stremata dalla situazione: l’80% dei raccolti è stato distrutto dai belligeranti, su 6 milioni di abitanti 5,2 di questi necessitano aiuto umanitario immediato, mentre oltre un milione di persone vive in condizioni di grave insicurezza alimentare.
Il conflitto in atto è prima di tutto politico e vede il governo centrale combattere contro una parte della leadership politica legata alla storica divisione del potere in Etiopia, in cui i partiti e le amministrazioni regionali sono divisi su base etnica. Nel 2019 Abiy Ahmed aveva dato vita al Prosperity Party, una grossa coalizione di unità nazionale comprendente quasi tutti i grandi partiti del Paese, eccetto il TPLF.
Il Primo Ministro etiope vorrebbe ridurre il potere dei gruppi etnici nei governi regionali e la loro autonomia, mentre l’élite politica tigrina rivendica il forte senso identitario del proprio popolo. Sin dalla fine della dittatura di Menghistu negli anni ‘90, il TPLF era sempre riuscito ad avere un ruolo di primo piano nel processo decisionale del Paese, andando così a eleggere il Primo Ministro nonostante l’etnia tigrina fosse numericamente in minoranza rispetto ad altri gruppi etnici. Una parte del TPLF inoltre è da sempre favorevole alla secessione del Tigray e all’annessione di una parte dell’Eritrea e di alcuni territori delle altre regioni etiopi. In Africa, come in altri contesti, parlare di divisione territoriale su base etnica è sempre molto complesso. L’Etiopia non è da meno, infatti a fronte di oltre 80 gruppi etnici tutte le regioni sono controllate per lo più dalle etnie maggioritarie nel singolo territorio, senza quindi rappresentare a pieno la composizione sociale del Paese. Lo scontro è frutto di un sistema politico incapace di superare le divisioni storiche tra differenti etnie e, come spesso accade, il prezzo più alto sarà pagato da tutta la popolazione. La pandemia ha facilitato la crisi politica che, secondo alcune stime, potrebbe causare uno stato di emergenza diffuso in tutta l’Etiopia con 13 milioni di persone in emergenza umanitaria. In generale si assiste a un’elezione il cui risultato non porterà a nessun cambiamento, con il rischio di danneggiare ulteriormente la coesione sociale del Paese. I 37 milioni di elettori registrati potranno vedere i risultati dopo una ventina di giorni anche se incompleti, in quanto, dei 547 collegi elettorali, 78 non partecipano alla tornata elettorale per via dei conflitti in atto o per problemi organizzativi. L’elezione inoltre è stata boicottata da diversi partiti, tra cui l’OLF e l’OFC e i gruppi politici dell’Oromia, la regione più popolosa dell’Etiopia. Molti politici e attivisti sono stati arrestati con accuse di terrorismo, mentre tra i candidati che sono riusciti a presentarsi nessun sembra esse in grado di sfidare Ahmed.
La tornata elettorale oramai non sembra portare grosse sorprese, tanto che l’Unione Europea ha richiamato la missione inviata a testimoniare il corretto svolgimento delle elezioni, a causa della mancanza di trasparenza da parte del governo etiope. In questo clima di repressione è oramai chiaro il fallimento della politica di Abiy Ahmed e l’incapacità del governo etiope di garantire il corretto svolgimento delle elezioni. Quello che doveva essere un periodo di rinascita per il popolo etiope sarà l’ennesima occasione persa per un futuro migliore, nonché una sconfitta politica di Abiy Ahmed. In questo grave contesto le altre nazioni hanno mostrato un limitato interesse nella situazione. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno però fornito risorse economiche importanti, l’agenzia americana per lo sviluppo internazionale ha donato dall’inizio del conflitto quasi mezzo miliardo di dollari in aiuti umanitari. Cifre minori, ma comunque utili, sono state erogate da Bruxelles, in aggiunta ai 20 milioni di euro per supportare lo svolgimento delle elezioni generali.

A fronte dei limiti della comunità internazionale nell’utilizzo di strumenti politici efficaci, solo la classe politica etiope potrà risollevare le sorti del Paese, l’atteggiamento tenuto da Abiy Ahmed negli ultimi mesi però lascia poche speranze. Il risultato di queste lezioni, qualunque esso sia, non sarà una vittoria per la democrazia.

Bibliografia:

https://www.reuters.com/world/africa/ethiopia-postpones-vote-two-regions-citing-irregularities-2021-06-10/
https://www.bbc.com/news/world-africa-57102189
https://www.usaid.gov/news-information/press-releases/jun-9-2021-usaid-administrator-power-held-urgent-meetings-famine-atrocities-tigray
https://www.usaid.gov/humanitarian-assistance/ethiopia
https://network.aljazeera.net/pressroom/spokesperson-tplf-getachew-reda-speaks-upfront
https://apnews.com/article/only-on-ap-africa-01c487a78ed0c428c7f37d88fcddfe35?utm_campaign=SocialFlow&utm_medium=AP&utm_source=Facebook
https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2021/05/10/horn-of-africa-eu-to-deepen-strategic-relationship-with-the-region/
https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/97691/ethiopia-statement-high-representative-josep-borrell-cancellation-election-observation-mission_en
https://ec.europa.eu/echo/where/africa/ethiopia_en
International Republican Institute, National Democratic Institute, Ethiopia Pre-election Assessment Report, 202.

Gli occhi della comunità internazionale sulle elezioni iraniane

18/06/2021

Matteo Buccheri e Anna Rita Parisi, Elections Hub

La propensione a giocare il ruolo di superpotenza regionale è una caratteristica intrinseca dell’Iran che prescinde dalle singole personalità che occupano le più alte cariche del Paese, islamiche o repubblicane che siano. L’attitudine geopolitica dell’Iran si muove idealmente all’interno dell’impronta lasciata dal grande Impero Persiano, di cui la Repubblica Islamica è erede. Una necessità che si è fatta più intensa dopo la rivoluzione del 1979 che ha ribaltato gli equilibri del Medio Oriente: dopo decenni di intima alleanza con gli Stati Uniti che hanno reso il Paese il gendarme occidentale in un’area di forte competizione durante la Guerra Fredda, l’Iran post-rivoluzione sconvolse il sistema di alleanze. Gli Stati Uniti divennero il nemico numero uno della Repubblica Islamica; all’antiamericanismo, uno dei driver che infiammarono la rivoluzione, non poteva non seguire l’equivalente ostilità verso i Paesi che più di tutti erano, e sono tuttora, funzionali agli interessi americani, ovvero Israele e Arabia Saudita.

L’Iran nel contesto regionale
La longa manus di Teheran su molteplici scenari in Medio Oriente riflette quindi esigenze ideologiche interne e di competizione con attori esterni, i due fattori che storicamente determinano la geopolitica iraniana. L’Iran è il baluardo dell’Islam sciita, il ramo nettamente minoritario nella dicotomia tra sunniti e sciiti che ha assunto nel corso della storia un valore prettamente politico. Nelle intenzioni di Khomeini, il leader della rivoluzione del 1979 e la prima Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’ideologia rivoluzionaria andava esportata verso l’esterno. L’Islam sciita è quel potere simbolico con il quale Teheran si è garantita un notevole influsso in quei Paesi mediorientali dove la componente sciita è considerevole.

L’Iran è riuscito a penetrare in Iraq e a stabilire una fortissima influenza, soprattutto dopo la caduta di Saddam Hussein (dittatore sunnita iracheno) nel 2003. La presenza iraniana è molto forte anche in Libano attraverso Hezbollah (“Il Partito di Dio”), una sorta di “Stato nello Stato” d’ispirazione sciita dotato di un potente apparato militare nato nel 1982 dopo l’occupazione israeliana del Libano meridionale. Hezbollah è massicciamente finanziato dall’Iran e svolge una funzione di deterrenza proprio verso Israele, minacciato anche a sud da Hamas con cui l’Iran intrattiene rapporti in chiave anti-israeliana. Il corridoio strategico che collega Teheran alle coste libanesi del Mediterraneo passa inevitabilmente dalla Siria, alleato di lunga data della Repubblica Islamica nonostante la maggioranza della popolazione sia sunnita. Nel conflitto scoppiato nel 2011 l’Iran sostiene il regime di Bashar al-Assad, la cui famiglia è di fede alawita, un gruppo religioso vicino allo sciismo. Seppure il conflitto vede il coinvolgimento di diversi attori statali e non, la Siria è anche il teatro di una proxy war in cui l’Iran è contrapposto, tra gli altri, al rivale saudita. Lo stesso scenario si ripete in Yemen: Teheran sostiene i ribelli sciiti Houthi contro la coalizione guidata da Riad.

Nonostante l’Iran sia percepito come una pericolosa minaccia dalla quasi totalità dei Paesi arabi mediorientali, con alcuni di essi intrattiene relazioni positive. Tra questi emergono Oman, dall’altra sponda dello Stretto di Hormuz, e Qatar.

Non sorprende, dunque, che le elezioni del 18 giugno siano particolarmente seguite dalla comunità internazionale. L’esito non cambierà il peso dell’Iran nella regione né la predisposizione a determinarne gli equilibri, ma potrebbe radicalizzare l’approccio iraniano su alcuni dossier aperti. In quest’ottica, i riflettori internazionali puntano su Vienna dove sta attualmente avendo luogo il sesto round di negoziati per il nuovo accordo sul nucleare tra le delegazioni dei paesi firmatari dell’accordo del 2015 (Iran, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania, con supervisione dell’Unione Europea) e, parallelamente, degli Stati Uniti.

L’accordo sul nucleare iraniano
L’accordo sul nucleare iraniano è sempre stato una delle principali priorità per la sicurezza internazionale dal 2002, quando sono state rivelate attività nucleari fino a quel momento non divulgate, fonte di preoccupazioni inerenti alla natura del programma nucleare della Repubblica Islamica. Il Joint Comprehensive Plan of Action (noto come JCPOA o Iran Deal) del luglio 2015 ha attenuato queste preoccupazioni. Esso prevedeva una significativa riduzione della capacità iraniana di arricchire l’uranio in cambio della rimozione di alcune delle sanzioni economiche imposte internazionalmente sull’Iran.

Tre anni dopo, con la decisione dell’allora Presidente americano Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo, si è progressivamente arrivati all’erosione del JCPOA e di conseguenza ciò ha suscitato nuove preoccupazioni. Con l’ascesa al potere del nuovo inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, si potrebbe invertire questa tendenza. A tal proposito, l’amministrazione Biden sostiene che la politica di Trump abbia portato l’Iran molto più vicino ad avere una bomba nucleare, col rischio di una pericolosa escalation nella regione. In più, la stessa amministrazione ha ribadito l’impegno a far aderire nuovamente gli Stati Uniti al JCPOA, a condizione che anche l’Iran torni a rispettare pienamente i suoi obblighi. In merito alle sanzioni, si sa che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di abrogarle tutte, specialmente quelle legate alle violazioni dei diritti umani o al terrorismo. L’Iran, dal canto suo, si è detto disposto a intraprendere un dialogo con gli Stati Uniti.

Dunque, il percorso appare molto lineare, ma in primo luogo è necessario ripristinare la fiducia reciproca in modo da far sì che ogni progresso sia concreto e di lunga durata. Nel periodo dei negoziati, tutte le parti riponevano fiducia nella capacità e impegno dell’altra nell’ottemperare ai propri obblighi, ma dopo quattro anni di tensioni e scontri, ci vorrà tempo per ricostruire la fiducia persa. Emblematico, in tal senso, è il caso del generale Qassem Soleimani, ucciso il 3 gennaio 2020 da un raid americano all’aeroporto di Baghdad; Soleimani era il comandante delle Quds Force, figura di assoluto rilievo per la politica estera iraniana.

Tuttavia, è necessario affrontare immediatamente tutti i punti dell’accordo percepiti come deboli, che vanno dall’inclusione nei negoziati di un maggior numero di questioni, al coinvolgimento di altri attori tra quelli presenti nella regione.

Il terzo motivo che complica un ritorno al totale rispetto dell’accordo sono le prossime elezioni presidenziali del 18 giugno. Se dovesse vincere il candidato ultraconservatore Ebrahim Raisi, l’approccio in merito alla questione del nucleare potrebbe cambiare.

Intanto, i negoziati di Vienna per il ripristino del JCPOA procedono col sesto round. Il capo negoziatore russo, l’ambasciatore Mikhail Ulyanov, ha dichiarato con un tweet che quasi certamente non si giungerà ad un accordo definitivo prima delle elezioni presidenziali. Tuttavia, le parti sarebbero comunque vicine al raggiungimento dell’intesa.

Iran’s next President: i sette candidati

14/06/2021

Carlo Comensoli e Matteo Buccheri, Elections Hub

All’interno del sistema politico iraniano, la decisione del Consiglio dei Guardiani sull’ammissibilità dei candidati è un passo importante durante le settimane che precedono le presidenziali, anche perché permette di capire l’andamento politico ai vertici delle istituzioni del Paese. Quest’anno, dei ben 592 iniziali candidati solo sette potranno proseguire la campagna elettorale di questo mese, come annunciato dal Ministro dell’Interno lo scorso 25 maggio subito dopo la decisione ufficiale del Consiglio.

Ulteriori requisiti, rispetto a quanto specificato nella Costituzione, sono stati imposti dal Consiglio per garantire un’omologazione più consistente dei candidati in vista del voto del 18 giugno (età compresa tra 40 e 75 anni; nessun precedente penale; esperienza di almeno 4 anni di rilevante leadership dirigenziale). È stata così respinta la candidatura di importanti esponenti del fronte riformista come Mostafa Tajzadeh, volto noto nell’establishment che ha trascorso 7 anni in prigione dopo le proteste del Green Movement nel 2009, e il trentanovenne Mohammad Javad Azari Jahromi, l’attuale Ministro delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione.
La decisione del Consiglio dei Guardiani ha di fatto aperto la strada per la vittoria di Ebrahim Raisi, dato ormai come candidato favorito. Nominato capo del sistema giudiziario iraniano nel marzo del 2019 dalla Guida Suprema, Raisi è il principale candidato tra i nomi di coloro che parteciperanno alle elezioni del prossimo 18 giugno. Il sessantenne chierico ultraconservatore occupa anche la carica di primo vice-Presidente dell’Assemblea degli Esperti e gode della piena fiducia di Khamenei, con il quale ha stretto un forte legame nel corso degli anni in cui ha servito nei ranghi della Repubblica Islamica.
Ciononostante, alcuni controversi episodi del passato pesano sulla sua immagine agli occhi dell’opinione pubblica iraniana. Mentre ricopriva la carica di vice procuratore generale di Teheran, fece parte della cosiddetta death commission che nell’estate del 1988 fece giustiziare oltre 30 mila prigionieri politici. Nel 2009, inoltre, fu coinvolto nella brutale repressione delle proteste del Green Movement, scoppiate dopo le contestate elezioni presidenziali che hanno confermato Ahmadinejad. Per questi motivi Raisi è stato sanzionato dal governo degli Stati Uniti nel novembre del 2019 ed è ancora impopolare in certi segmenti della popolazione più inclini verso candidati moderati-riformisti, ma l’assist del Consiglio dei Guardiani in sede di filtraggio delle candidature potrebbe avergli fornito l’opportunità di recuperare legittimità.
Gli altri candidati approvati dal Consiglio sono:
Abdolnaser Hemmati: tecnocrate nominato Governatore della Banca Centrale dell’Iran dal governo Rouhani nel 2018, ruolo che ha mantenuto fino al 30 maggio scorso quando è stato sollevato dall’incarico dopo l’approvazione della sua candidatura. Hemmati proviene da una lunga esperienza nel settore bancario e ha anche servito per un brevissimo periodo come Ambasciatore in Cina. Si colloca nella sfera dei pragmatico-riformisti.
Saeed Jalili: veterano conservatore della guerra Iran-Iraq, è stato viceministro degli Esteri per gli Affari Euro-Americani e dal 2007 al 2013 capo negoziatore del programma nucleare. Ha corso alle presidenziali del 2013, vinte poi da Rouhani.
Mohsen Rezaei: comandante delle Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) dal 1981 al 1997, ha già corso alle elezioni presidenziali del 2005, del 2009 e del 2013. Dal 1997 è il Segretario del Consiglio per il Discernimento ed è rientrato nelle IRGC nel 2015.
Alireza Zakani: conservatore, fisico con una laurea in medicina nucleare e membro del Parlamento dal 2004 al 2016, dove fu capo della commissione parlamentare per l’accordo sul nucleare e critico della negoziazione condotta dal governo Rouhani. Era stato squalificato per le presidenziali del 2013 e del 2017.
Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi: conservatore, membro del Parlamento dal 2008.
Mohsen Mehralizadeh: è stato uno dei vicepresidenti dell’Iran durante il secondo governo Khatami (2001-2005). Mehralizadeh è un riformista che ha già corso alle presidenziali del 2005 su indicazione straordinaria della Guida Suprema dopo che la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.
Stando alle previsioni, questi sei candidati non sarebbero in grado di raccogliere sufficienti consensi per poter sfidare l’elezione di Raisi a Presidente dell’Iran.
Questa elezione segnerebbe quindi il consolidamento dell’area conservatrice in vista di un possibile futuro cambio ai vertici del Paese. Da tempo, infatti, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, sarebbe gravemente malato e, anche se deve ancora essere eletto Presidente, Raisi viene già dato come probabile successore dell’attuale Capo di Stato. Fu infatti Khamenei in qualità di leader del Paese a nominare Raisi come capo del sistema giudiziario: già questo fatto era stato visto come una sorta di endorsement da parte del Rahbar, confermato dalla decisione del Consiglio dello scorso 25 maggio che ha sostanzialmente escluso gli sfidanti che avrebbero potuto concretamente competere con Raisi alle presidenziali.
Tra i grandi esclusi dalle elezioni di quest’anno, anche l’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, in carica dal 2005 al 2013. In realtà la sua esclusione da parte del Consiglio era attesa, visto che la sua candidatura avrebbe giocato più un ruolo di provocazione nei confronti del sistema politico del paese. Il leader si è infatti via via allontanato dalla classe conservatrice dell’Iran per schierarsi su posizioni giudicate populiste, ponendosi come voce critica nei confronti del rigido sistema che regola il Paese e criticando i vertici per gli episodi di corruzione. Di fronte all’esclusione dalle elezioni, Ahmadinejad ha quindi annunciato che non voterà nessun altro candidato, boicottando le elezioni.
In effetti, di fronte all’esito praticamente scontato delle elezioni, la scarsa affluenza alle urne è l’aspetto che in qualche modo pone un problema di legittimità dell’ordinamento iraniano. Non a caso lo stesso ayatollah Khamenei, in seguito alla decisione del Consiglio sui sette candidati, ha invitato i cittadini a votare. Di fatto, con gli anni si sta facendo strada l’insoddisfazione nei confronti del funzionamento della vita politica nella Repubblica Islamica: anche tra i cittadini iraniani che vivono all’estero prevale la linea del dissenso nei confronti del sistema, sempre più spesso accusato di assenza di democrazia.
Se da un lato, quindi, il principale candidato dell’area politica conservatrice Ebrahim Raisi è già dato come il più probabile successore del Presidente uscente Hassan Rouhani, il tasso di affluenza avrà un ruolo importante per capire di quanta popolarità goda attualmente il sistema teocratico iraniano tra i cittadini, soprattutto in vista di un futuro cambio della Guida Suprema dell’Iran.

Il voto del Super Thursday complica il dialogo tra Holyrood e Downing Street su un possibile referendum per l’indipendenza scozzese

14/05/2021

Carlo Comensoli, Elections Hub

Il Super Thursday, così è stato ribattezzato dai media l’appuntamento elettorale in Gran Bretagna dello scorso 6 maggio, ha per certi versi soddisfatto le aspettative della leadership conservatrice e del Primo Ministro Boris Johnson. Infatti, nonostante la riconferma a Londra del sindaco uscente Sadiq Khan, il voto nel suo complesso ha palesato il fallimento della linea politica del nuovo Leader laburista, Keir Starmer, alle elezioni per i Local Councils in Inghilterra. La disfatta è stata poi rimarcata anche dalla clamorosa sconfitta alle elezioni suppletive per il seggio di Hartlepool, un collegio tradizionalmente laburista.

Così se da un lato in Galles le elezioni per il Senedd Cynru, il Parlamento locale, hanno riconfermato il leader del Partito laburista gallese, Mark Drakeford, i risultati in Inghilterra segnano un’ulteriore sconfitta per il principale partito all’opposizione. All’indomani delle elezioni e dopo il fallimento di Starmer alla sua prima sfida elettorale come leader, all’interno del Labour si profila un nuovo scontro.
Tuttavia, tra gli appuntamenti della settimana scorsa quello che ha maggiormente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica anche all’estero è stato il voto per il rinnovo del Parlamento scozzese. I risultati in Scozia erano infatti attesi in vista di un possibile nuovo referendum sull’indipendenza da Londra, promosso dalla leader dello Scottish National Party (SNP) Nicola Sturgeon. Le elezioni scozzesi hanno registrato un ottimo risultato per l’SNP di Sturgeon che ha ottenuto ben 64 seggi sui 129 totali; tuttavia, il principale partito indipendentista non ha ottenuto la maggioranza assoluta per solo un seggio. Questo ovviamente rappresenta un ostacolo per la prospettiva di un voto sull’indipendenza, soprattutto alla luce dei risultati dell’Alba Party di Alex Salmond, ex leader e ora rivale dell’SNP nonché promotore del referendum del 2014, che non ha ottenuto nemmeno un seggio al Parlamento locale di Holyrood.

L’idea di un referendum per l’indipendenza della Scozia non è comunque sfumata del tutto: il fronte indipendentista comprendeva infatti anche il Green Party, che il 6 maggio è riuscito a ottenere otto seggi. Sebbene il focus principale del programma del partito sia la transizione ecologica e la lotta al cambiamento climatico, all’indomani del voto la Leader Lorna Slater ha rivendicato l’incremento di consensi per il partito e ha ribadito che saranno proprio gli Scottish Greens a garantire una maggioranza pro-indipendenza a Holyrood. Ad accomunare le due leader sulla questione è comunque la ricerca di un’intesa con Londra: se da un lato, infatti, l’Alba Party di Salmond insisteva su un referendum da tenersi all’indomani del voto senza dover ottenere a tutti i costi l’approvazione di Downing Street, sia Sturgeon che Slater hanno più volte fatto intendere che sarebbe stato necessario ottenere un atto ad hoc del Parlamento locale grazie a un accordo col Governo centrale, come del resto avvenne sette anni fa.

Il voto in Scozia, quindi, ha nel complesso rappresentato una forte riconferma per la leadership di Nicola Sturgeon, succeduta proprio a Salmond nel 2014 quando l’ex leader dell’SNP si dimise in seguito alla vittoria del No al primo referendum sull’indipendenza. Sturgeon ha comunque guidato il Governo locale e il principale partito del fronte indipendentista negli anni della Brexit: fu infatti proprio la vittoria schiacciante del Remain in Scozia, in netto contrasto col risultato generale, a fare in modo che la First Minister chiedesse un nuovo voto sull’indipendenza già nel 2016. Questo tema ha accompagnato la leadership di Nicola Sturgeon fino alle elezioni di quest’anno e, insieme al consenso dell’elettorato per la gestione della pandemia e della campagna vaccinale, ha contribuito alla riconferma e all’ottimo risultato dell’SNP. L’uscita dalla pandemia è stato anche l’argomento su cui ha deciso di puntare il Primo Ministro Boris Johnson in una lettera di congratulazioni a Nicola Sturgeon per la riconferma. Il capo di governo e leader del Partito Conservatore (che in Scozia ha ottenuto trentuno seggi riconfermandosi all’opposizione) ha parlato di “spirito di cooperazione e di unità” e di “responsabilità condivise”, aggirando però del tutto la questione del referendum.

Dal canto suo Sturgeon, nel discorso per la vittoria dell’SNP, ha comunque invocato un nuovo referendum, che dovrebbe tenersi necessariamente nei prossimi cinque anni entro la scadenza della legislatura locale che si insedierà ora a Holyrood. Tra le reazioni all’indomani del voto si profilano quindi due narrazioni opposte, ma il prossimo passo dovrà indispensabilmente essere il raggiungimento di un’intesa tra Edimburgo e Londra.

È ancora difficile dire come procederà il dialogo con il Governo centrale: come sottolineato da Lorna Slater, fu David Cameron a concedere lo scorso referendum, visto il chiaro risultato delle elezioni locali che si tennero proprio dieci anni fa. Anche stavolta la maggioranza alle urne sembra confermare l’ipotesi di un nuovo referendum, eppure è difficile dire quale sarà la posizione di Downing Street. Inoltre dato che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sarebbe il motivo che ha portato gli indipendentisti a chiedere che i cittadini scozzesi potessero tornare a esprimersi sulla questione, anche la posizione di Bruxelles sull’eventuale riconoscimento dei risultati di un possibile nuovo referendum giocherà un ruolo importante nei prossimi anni.

La questione dell’indipendenza scozzese, quindi, non si è risolta con il voto dello scorso 6 maggio, e molto dipenderà da come si evolverà la situazione interna nei prossimi anni. Intanto, Johnson ha con sé un governo forte che dovrebbe permettergli di rimanere in carica presumibilmente fino alla normale scadenza prevista per il 2024. In Inghilterra, la vittoria dei Tories ai Local Councils segna comunque un successo per la linea tenuta dal Partito al Governo, e questo rafforza la posizione di Londra anche in merito alla possibilità di concedere un nuovo referendum. Molto dipenderà da come e quando Nicola Sturgeon deciderà di affrontare la questione, e da che ruolo giocherà il dialogo con l’Unione europea.

A Madrid vince la destra di Isabel Díaz Ayuso: la conservatrice anti-lockdown

13/05/2021

Francesco Rojch, Elections Hub

Il 4 maggio si è votato nella Comunità di Madrid per il Parlamento regionale della capitale spagnola. Mentre il Paese affronta una crisi senza precedenti, nella regione è andata in scena una campagna elettorale infuocata. A trionfare la destra anti-lockdown di Isabel Díaz Ayuso del Partido Popular (PP) che ha ottenuto 65 seggi e il 44,4% di voti, vittoria storica destinata a modificare anche gli equilibri nazionali. Eletta nel maggio 2019, la conservatrice Ayuso, è stata costretta ad indire nuove elezioni, con ben due anni di anticipo, poiché le circostanze non permettevano un governo stabile a Madrid. Tutto nato a causa di una mozione nella Regione di Murcia, presentata da Ciudadanos e Psoe. Onde evitare la stessa sorte anche nella comunità madrilena, Isabel Ayuso ha deciso di anticipare la tornata elettorale, lasciando spiazzato anche il suo vice Ignacio Aguado.

La strategia della Presidente contro la pandemia non ha aiutato l’economia: i dati sulla disoccupazione e il PIL non sono particolarmente buoni, e nemmeno quelli sul fronte sanitario. Madrid è la comunità autonoma con il più alto tasso di mortalità e tutta Europa osservava incuriosita alle riaperture di locali, cinema e teatri nella capitale spagnola. Tuttavia, la strategia di riapertura adottata è stata decisiva per questa vittoria schiacciante. Talvolta le scelte della Presidente sono andate anche contro i criteri usati da altri governi del PP in altre regioni spagnole.

La destra governa a Madrid da più di 25 anni, ma la questione va ben oltre i confini ideologici tra destra e sinistra. Isabel Ayuso è una delle maggiori critiche al governo del premier Sanchez e della sua gestione della pandemia. La retorica populista introdotta ha colpito gli elettori meno politicizzati, meno ideologici e più astensionisti, una fetta che rappresenta il 20% della popolazione spagnola determinante per la vittoria. Quella di Ayuso assume i tratti tipici di una campagna elettorale in puro stile trumpiano. I trend ci dimostrano che tra la popolazione corre un vento di ostilità nei confronti dei governi centrali: la crisi economica, la situazione occupazionale e la gestione della pandemia hanno creato un mix perfetto per esacerbare la riluttanza nei confronti dell’establishment. Un altro dato interessante è l’affluenza al voto: ha votato circa il 74 % degli aventi diritto; le elezioni del 2019 avevano visto un’affluenza decisamente più bassa, ca. il 64 %. Ayuso ha capito meglio di chiunque altro la stanchezza sociale che corre tra le vie di Madrid e nella regione, ed ha colto tutta l’ostilità della destra madrilena nei confronti del governo di coalizione del Partito socialista (Psoe) e Unidos Podemos: per il Psoe è il risultato peggiore da quando esiste l’Asamblea de Madrid. La vittoria della destra ha ridimensionato anche la posizione di Pablo Iglesias, leader di Podemos, che recentemente aveva lasciato la carica di vicepresidente del governo nazionale per candidarsi con il fine di aumentare non soltanto i consensi di UP ma di favorire la vittoria della sinistra sulla destra. A seguito di tale risultato, Pablo Iglesias ha dichiarato che lascerà la politica. Ayuso con il 44,4% dei voti è a 4 seggi dalla maggioranza assoluta: l’ottenimento della fiducia nel Parlamento è certa. Vox infatti, forza di estrema destra che ha ottenuto 13 seggi, ha già fatto sapere che sosterrà la Presidente, nonostante il loro voto favorevole non sia necessario. La vera vittoria dell’estrema destra, oltre che in termini numerici e di seggi, è stata anche sul piano della retorica che permea il PP madrileno. Màs Madrid è l’unica forza a sinistra che può festeggiare: il partito, nato dalla scissione di Unidos Podemos, ha ottenuto 16,9 % dei consensi e 24 seggi. Crolla Ciudadanos che perde tutti i seggi, passando da 26 a 0 seggi.

Il quadro che emerge dalle amministrative di Madrid è quello di una politica instabile ed altalenante. Il leader del PP Pablo Casado lancia la sfida al governo centrale e dichiara che questa vittoria è il preludio per una riconquista nazionale. Non solo in Spagna, in tutta Europa sembra confermarsi l’andamento di un elettorato che tende a premiare campagne elettorali infuocate portate avanti da leader forti e carismatici.

Adesso, a Palazzo della Moncloa dovranno decidere quale strategia adottare: una politica altrettanto rovente oppure la costruzione di un’alternativa alla polarizzazione.

In Gran Bretagna il Partito Laburista riparte con la campagna elettorale di Sadiq Khan

30/04/2021

Carlo Comensoli, Elections Hub

Il prossimo 6 maggio, in concomitanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento scozzese, in diverse zone del Regno Unito i cittadini saranno chiamati alle urne per i Local Councils, mentre un altro importante appuntamento elettorale saranno le comunali di Londra. Entrambi questi voti, a differenza di quello scozzese, avrebbero dovuto tenersi nel maggio 2020, ma sono stati posticipati di un anno a causa della pandemia di Covid-19.

Il sindaco uscente di Londra, Sadiq Khan, esponente laburista, sembra destinato a ottenere un secondo mandato, anche se nelle ultime settimane il principale avversario Shaun Bailey, del Partito Conservatore, è riuscito a colmare parte del distacco che rimane comunque netto.

Per i Laburisti, la riconferma di Khan sarebbe un passo importante, a più di un anno di distanza dalla débâcle alle politiche del 2019 e dal successivo cambio di leadership e di linea politica con la guida del socialdemocratico Keir Starmer. Il sindaco di Londra si riconferma la figura di spicco del principale partito di opposizione in Gran Bretagna, soprattutto in seguito alla parentesi socialista di Jeremy Corbyn e agli scandali che hanno più volte travolto l’ex Leader e vari esponenti per le accuse di antisemitismo. Proprio per quest’ultimo motivo, lo scorso autunno l’ex Leader e Parlamentare per il Collegio di Islington North era stato addirittura sospeso dal Partito per poche settimane. Nei mesi scorsi, quindi, il Labour ha dovuto affrontare una forte crisi interna che andava anche oltre al semplice cambio di guida. In tutto questo, Sadiq Khan ha più volte rimarcato la propria distanza da Corbyn, riconoscendo nelle accuse di antisemitismo all’interno del partito una delle principali ragioni della sconfitta del 2019.

Ideologicamente più vicino alla Soft Left del nuovo Leader Keir Starmer, Khan è stato eletto per il primo mandato a sindaco di Londra nel 2016, succedendo all’attuale Primo Ministro Boris Johnson. Sicuramente è anche quest’ultimo aspetto a porlo in una posizione di rilievo nel rilancio del Labour con la nuova leadership. Il tema della disoccupazione è in cima alla lista dei punti programmatici di Khan durante la campagna elettorale per la rielezione; il sindaco uscente punta sulla promozione di nuovi posti di lavoro anche grazie al Green New Deal britannico. Già a novembre la crisi pandemica ha portato l’amministrazione di Khan a investire 10 milioni di sterline sulla riconversione ecologica, un finanziamento che allo stesso tempo permetterebbe di creare occupazione in un tentativo di rilanciare l’economia di Londra in vista dell’uscita dalla crisi pandemica.

Le elezioni politiche del 2019 diedero un chiaro mandato al Primo Ministro conservatore Boris Johnson, e infatti il manifesto di Sadiq Khan per la rielezione tiene proprio conto del fatto che, nel caso di un secondo mandato, il sindaco dovrà di fatto coesistere con un’amministrazione Tory forte e politicamente antitetica insediata a Downing Street presumibilmente fino alla normale scadenza nel 2024. Questo ovviamente rappresenta un evidente ostacolo per il programma presentato durante la campagna elettorale di quest’anno, ma allo stesso tempo permette a Khan di rimarcare la propria posizione politica, facendo leva sul contrasto con la gestione della ripresa dell’economia da parte di Johnson.

I sondaggi in vista del voto registrano un netto vantaggio di circa 20 punti percentuali di Khan sul principale avversario, il candidato conservatore Shaun Bailey. Già consigliere politico dell’ex Primo Ministro David Cameron e membro della London Assembly dal 2016, nel suo programma elettorale Bailey ha puntato sulla lotta al crimine e alla violenza nella città di Londra. Questo ha segnato profondamente la campagna elettorale del candidato Tory, soprattutto in seguito all’uccisione di Sarah Everard e alle proteste che ne sono conseguite: il caso infatti ha scatenato nei mesi scorsi l’indignazione dell’opinione pubblica britannica nei confronti del sistema di Polizia, alla luce del fatto che il colpevole dell’assassinio sarebbe proprio un agente della Metropolitan Police.

Nonostante il clima teso e la divisione nei confronti del tema, uno dei punti principali del programma proposto da Shaun Bailey riguarda proprio il finanziamento della polizia metropolitana come misura di contrasto agli episodi di criminalità, che negli ultimi mesi sarebbero anche aumentati come conseguenza dell’impatto della pandemia. Il candidato Tory punta anche sul sistema dello stop-and-frisk (ferma e perquisisci), un tema estremamente controverso per l’opinione pubblica statunitense e britannica.

La campagna in vista dell’elezione del sindaco di Londra vede quindi contrapporsi i due principali partiti del Regno Unito con programmi elettorali che partono entrambi dalla crisi sociale ed economica causata dalla pandemia di Covid-19, ma con proposte programmatiche nettamente diverse. Se da un lato l’elezione del prossimo 6 maggio vedrà molto probabilmente la riconferma di Sadiq Khan, il voto rimane comunque importante anche per la ridefinizione delle linee politiche e ideologiche del Partito Laburista sotto la nuova leadership di Keir Starmer, in vista di un rilancio del centrosinistra nei prossimi anni.

Molto probabilmente il voto del 6 maggio nel suo complesso riconfermerà anche la divisione politica del Paese già emersa dal referendum per la Brexit del 2016, nonostante la forte maggioranza alla Camera dei Comuni di cui gode l’attuale Governo conservatore. Da un lato, infatti, la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento locale di Edimburgo vede favoriti i principali partiti che promuovono l’indipendenza dal Regno Unito a discapito dei Tories, segno anche dell’impopolarità in Scozia di Boris Johnson. Anche il voto di Londra coinvolge più o meno indirettamente l’attuale Primo Ministro, che cinque anni fa ricopriva proprio l’incarico di sindaco della capitale. Se il voto alle elezioni politiche del 2019 segnò un netto fallimento per i Labour, l’amministrazione di Londra e il programma di rilancio dell’occupazione, anche grazie a un piano di riconversione ecologica proposta da Sadiq Khan, offrono un’occasione di ripartenza per il principale partito all’opposizione.

Guida alle elezioni scozzesi tra partiti, leader e programmi

23/04/2021

A cura di Matteo Buccheri, Elections Hub

La Scozia si avvicina alle elezioni del 6 maggio che decreteranno la nuova spartizione dei 129 seggi del Parlamento di Holyrood per la prossima legislatura quinquennale. Il precedente voto del 2016 aveva portato alla vittoria dello Scottish National Party (SNP) con una maggioranza semplice di 63 seggi. Questa tornata elettorale, la sesta nella storia dell’assemblea legislativa di Edimburgo, potrebbe segnare in maniera indelebile il futuro della Scozia nel Regno Unito e, in seconda battuta, dell’Unione Europea (UE). È concreta infatti l’ipotesi che si possa ripetere il risultato delle elezioni del 2011, con la vittoria dello Scottish National Party di Salmond (ora leader di Alba Party) che, forte della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, ha ottenuto da Londra la possibilità di indire il referendum per l’indipendenza.

Oltre alla straordinaria rilevanza politica, queste elezioni si contraddistinguono anche per una certa singolarità. In primis, la delicata situazione pandemica ha costretto le autorità scozzesi a sostituire il tradizionale dissolution del Parlamento nelle settimane pre-elezioni con un più flessibile recess a partire dal 25 marzo, che consente ai membri di continuare a svolgere il proprio ruolo e di essere convocati in assemblea per questioni rilevanti. In secondo luogo, la recente dipartita del Principe Filippo ha messo in stand by la campagna elettorale dei partiti per alcuni giorni. Inoltre, il Parlamento è stato richiamato per rendere omaggio al Principe ed esprimere il proprio cordoglio alla Regina e alla Famiglia Reale.
I recenti sviluppi non dovrebbero aver condizionato la corsa, dal momento che i cinque maggiori partiti hanno lanciato il proprio manifesto dopo la sospensione della campagna elettorale.

I programmi dei partiti in corsa riflettono la polarizzazione politica della Scozia sul tema dell’indipendenza dal Regno Unito. Lo Scottish National Party (SNP), al governo dal 2007, domina il fronte indipendentista. Il partito con a capo la Prima Ministra uscente, Nicola Sturgeon, sottolinea nel proprio manifesto l’importanza storica di queste elezioni proiettando il futuro della Scozia al di fuori del Regno Unito con un referendum entro il 2023 (ritardi causa Covid-19 non sono da escludere). Tuttavia, l’SNP antepone all’indipendenza la priorità di risolvere la crisi pandemica ancora in corso per la ricostruzione del Paese, che dovrà essere una prerogativa di Edimburgo e non del Governo inglese. L’SNP intende anche intervenire per una maggiore qualità dei servizi scolastici e nel settore sanitario con la creazione di un National Care Service supportato da un aumento degli investimenti nell’assistenza sociale. Le tempistiche del referendum rappresentano il pomo della discordia tra i due partiti più indipendentisti, al netto delle recenti vicende personali (e politiche) tra i rispettivi leader. Per Alba Party di Alex Salmond, il referendum per l’indipendenza è una priorità assoluta per il Paese da non posticipare. L’ex leader dell’SNP ha avanzato anche l’ipotesi di una supermajority, invitando gli elettori a votare per Alba Party nelle liste regionali e per il candidato locale dell’SNP nei collegi uninominali (dove il partito di Salmond non è listato) per evitare che vadano persi dei seggi pro-indipendenza nelle liste regionali a causa del sistema elettorale misto scozzese. Tuttavia, Sturgeon ha già dichiarato che non ha intenzione di collaborare col suo ex mentore e che è necessaria solo una maggioranza semplice dei membri di Holyrood per pretendere il referendum.

Leggermente più defilato tra i partiti pro-indipendenza, lo Scottish Green Party di Lorna Slater e Patrick Harvie incentra il proprio progetto politico su una Scozia indipendente più verde spingendo sulla transizione ecologica, attraverso energie rinnovabili e politiche ambientali concrete, verso una green economy con la creazione di nuovi posti di lavoro. I Greens, che danno la precedenza alla gestione della crisi pandemica, intendono poi riportare la Scozia indipendente all’interno dell’Unione Europea; questa inclinazione europeista è condivisa anche dall’SNP e da Alba Party, seppur con modalità diverse.
Il fronte unionista dei Conservatori e dei Laburisti punta verso la direzione opposta. Lo Scottish Conservative and Unionist Party di Douglas Ross propone un programma per la ricostruzione del Paese post-pandemia inderogabilmente all’interno del Regno Unito, con investimenti nel National Health Service (NHS), interventi nell’istruzione e con un programma per la ripresa economica. Invece, a fine febbraio, lo Scottish Labour Party ha nominato come nuovo leader Anas Sarwar che avrà il compito d’invertire la rotta del partito, in costante declino dopo la vittoria alle prime elezioni del Parlamento di Holyrood nel 1999. Primo leader di uno dei maggiori partiti politici del Regno Unito ad appartenere a una minoranza etnica, Sarwar intende ricostruire il Paese e cercare di riguadagnare la fiducia degli elettori proponendo un partito più vicino alle loro esigenze. In cima alla lista delle priorità dello Scottish Labour Party c’è un National Recovery Plan per l’NHS e la volontà di combattere la disoccupazione garantendo ai giovani un lavoro più equo, meglio retribuito e in linea con un’economia più verde.

Tra i partiti fedeli a Downing Street compaiono anche gli Scottish Liberal Democrats di Willie Rennie. Lo slogan, “put recovery first”, pone il loro programma in linea con quello degli altri partiti unionisti, i quali si oppongono al referendum per l’indipendenza cercando di catalizzare l’attenzione sulla ripresa del Paese. Nel loro manifesto i Liberal-Democratici insistono sul tema dell’occupazione giovanile e sul potenziamento del NHS e del sistema scolastico. Non rientra nei piani attuali del partito un eventuale ritorno tra i membri dell’UE, nonostante le posizioni favorevoli degli ultimi anni.

Per ultimo il partito unionista, euroscettico e sovranista Reform Scotland Party (il ramo scozzese del Reform UK fondato da Nigel Farage) di Michelle Ballantyne propone una serie di riforme ritenute necessarie per il Paese, tra le quali una riforma del sistema fiscale e del sistema scolastico, una revisione della spesa pubblica e un rafforzamento dell’NHS.

Nonostante una vittoria annunciata dell’SNP sugli altri partiti, la prospettiva di un secondo referendum per l’indipendenza non può considerarsi scontata. Il voto del 6 maggio fornirà una panoramica più concreta sulla posizione del fronte indipendentista al tavolo negoziale con Londra.

ANALISI DEL CENTRO STUDI INTERNAZIONALI

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