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Il fenomeno Naval'nyj: tra realtà e costruzione mediatica

CSI BULLETTIN

12 dicembre 2021

Lorenzo Cozzi

Con gli avvenimenti degli ultimi mesi, il nome Aleksej Naval’nyj è tornato tra le notizie principali in tutta Europa e negli Stati Uniti. Presentato dai media occidentali come l’ultimo baluardo della democrazia in Russia, Naval’nyj è diventato il simbolo di una parte della Federazione Russa che stoicamente resiste al governo autocratico di Vladimir Putin. Inoltre le manifestazioni nate il 28 gennaio 2021 sono state descritte come le prime manifestazioni di dimensioni considerevoli e le prime con una grande partecipazione giovanile che si siano viste negli ultimi vent’anni.

Analizzando i fatti, però, la realtà sembra molto diversa da come viene presentata generalmente nei media occidentali. Per capire meglio il “Fenomeno Naval’nyj” bisogna in effetti andare oltre lo strato epiteliale del personaggio come ci viene presentato e analizzare concretamente il politico Aleksej Naval’nyj in relazione alla storia recente russa. Per capire al meglio come la situazione venga spesso distorta ai nostri occhi il modo migliore è fare un parallelismo tra le affermazioni riportate negli ultimi giorni e i dati che la storia ci fornisce.

Innanzitutto Naval’nyj ci è stato spesso proposto come il leader dell’opposizione russa. Dati alla mano, questa sembra una definizione quantomeno priva di fondamento. Il partito “Russia del Futuro”, capitanato appunto da Naval’nyj, ha infatti solo un seggio su 450 nella Duma di Stato (il parlamento russo). Il sentimento generale dell’opinione pubblica occidentale è che Putin e il regime in generale sopprimano la libertà di espressione e di promozione politica dei partiti che gli si oppongono, ottenendo quindi un parlamento composto unicamente dalla maggioranza. Di conseguenza l’associazione di una situazione di scasa libertà democratica a una di manipolazione elettorale è immediata. La situazione in realtà è ben diversa. Al 2020, secondo un centro di ricerca indipendente, il 30% della popolazione russa non sapeva chi fosse Naval’nyj o non conosceva il suo programma politico, mentre il 50% disapprovava le sue azioni.

Con questo si arriva a due punti chiave, di rado espressi dalla nostra stampa. Il primo è che, se Putin ha ricostruito un sentimento di identità nazionale attorno a valori di stampo conservatore (paragonabili al nostro centro-destra conservatore), Naval’nyj oltre alla retorica anticorruzione e pro-europeista, si è distinto per una comunicazione fortemente xenofoba e anti-immigrazione, decisamente indigesta alla popolazione russa. Emblematico è il caso di quando nel 2012 aveva paragonato i mussulmani a degli scarafaggi. Il secondo punto è che è molto difficile definire Naval’nyj come il leader dell’opposizione russa, sia dal punto di vista pratico, data la sua bassa rappresentatività partitica, che dal punto di vista teorico, visto che l’opinione pubblica non si identifica se non in minima parte con le sue idee. In realtà il partito a capo dell’opposizione in Russia è il Partito Comunista della Federazione Russa e il leader dell’opposizione è, ed è sempre stato dal 1993, Gennady Zyuganov.

La causa della scarsa credibilità di Naval’nyj per l’opinione pubblica è spesso attribuita a un caso risalente al 2013: in quegli anni il politico era in carica come consigliere del Governatore dell’Oblast’ di Kirov e già da anni aveva avviato il blog sulla corruzione delle alte cariche dello stato che lo aveva reso famoso in europa. Il caso si sviluppò quando Naval’nyj fu condannato a cinque anni per appropriazione indebita di denaro pubblico, proprio dopo aver lanciato una campagna di anti-corruzione. In seguito la pena fu ridotta drasticamente senza motivazioni chiare e contemporaneamente il blogger iniziò a prendere di mira oligarchi e figure di spicco ostili a Putin.

Un’altra questione fondamentale, spesso ignorata dall’analisi dei nostri media, è che Naval’nyj non è né il primo né l’unico ad essersi opposto a Putin e che le manifestazioni di massa di queste ultime settimane non sono le prime che si siano viste in Federazione Russa. Dal 2000 ad oggi sono stati creati diversi altri partiti di opposizione indipendenti, caratterizzati spesso dalla stessa composizione popolare: la maggioranza composta da giovani sotto i 30 anni, spesso provenienti dalla provincia, insoddisfatti e accomunati da un senso di marginalizzazione rispetto alla retorica putiniana. Infatti già con il partito nazional-bolscevico di Eduard Limonov, o con la coalizione “l’Altra Russia”, si erano viste proteste come quelle del 28 gennaio, tra cui “Strategy-31” o la “Snow Revolution”, probabilmente di dimensioni ancora maggiori. Sostenere che le manifestazioni degli ultimi tempi possano portare anche in Russia a situazioni di protesta diffusa e continuativa come nell’estate bielorussa dell’anno scorso, non tiene conto di tutti i fattori sociali, in parte anche analizzati in queste righe, che contraddistinguono il suo caso specifico.

Naval’nyj è ed è stato molto più influente come blogger e video blogger di quanto non lo sia mai stato realmente come politico. Ad oggi i suoi canali social vantano un pubblico effettivamente ragguardevole, più di 6 milioni su YouTube e 2 milioni e mezzo su Twitter, ma questo in un paese con 160 milioni di abitanti non è abbastanza per poter essere influente a livello estensivo (per fare un paragone, da noi Beppe Grillo ha 2,4 milioni di followers su Twitter). Ad ogni modo questo ha fatto sì che il coinvolgimento di quella fetta di popolazione giovane e insoddisfatta descritta poco sopra fosse ancora più efficace e capillare. A ben vedere sembra che il vero bersaglio di Naval’nyj non sia l’opinione pubblica russa, ma quella occidentale da cui ha sempre ricevuto più sostegno e spinta che in patria. Nella guerra mediatica del nuovo millennio, l’egemonia culturale è ancora dell’occidente e Naval’nyj sembra averlo capito meglio del Cremlino. Date le premesse qui analizzate c’è da chiedersi: quanto conviene all’Unione Europea sostenere un personaggio che ha fatto della xenofobia e dell’ultranazionalismo i suoi cavalli di battaglia? E soprattutto, quanto conviene puntare sull’instabilità di un vicino come la Russia?

In conclusione, sembra che i media e le istituzioni occidentali descrivano Naval’nyj come un difensore della democrazia in uno stato segnato dall’autocrazia, senza considerare però le sue reali posizioni oggettivamente antitetiche rispetto alla narrativa e ai valori europei. La mitizzazione della figura rivoluzionaria dell’oppositore del regime si è ormai cristallizzata nell’immaginario collettivo e mediatico occidentale, nonostante questo non sia, in fin dei conti, poco più di un mito. Continuare una strategia comunicativa di questo tipo sembra insostenibile, oltre che pericoloso, sia sul medio che sul lungo termine.