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Evento “Esternalizzazione delle frontiere: migrazione e rotta balcanica”

L’esternalizzazione delle frontiere europee e le nuove dinamiche della rotta balcanica sono state al centro dell’evento online “Esternalizzazione delle frontiere: migrazione e rotta balcanica“, organizzato lo scorso 30 giugno dal Team Eventi del Centro Studi Internazionali (CSI) in occasione della prossima uscita dello special issue della rivista Studi Internazionali, curato dall’Osservatorio Europa.

L’iniziativa, moderata da Stefania Calciati, coordinatrice dell’Osservatorio Europa, ha riunito accademici, ricercatori e operatori della società civile per una lettura critica del fenomeno migratorio, in particolare del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno, e delle sue ricadute lungo il corridoio balcanico. In apertura, Calciati ha inquadrato il fenomeno all’interno della crescente securitizzazione delle politiche migratorie europee e del processo attraverso cui l’UE sta progressivamente spostando il controllo dei flussi verso Paesi in via di adesione come Bosnia, Serbia e Albania, e addirittura Paesi terzi come Turchia o Libia.

Il professor Maurizio Ambrosini (Università degli Studi di Milano) ha aperto i lavori problematizzando la percezione pubblica del fenomeno migratorio. Sulla base dei dati, ha ricordato che l’immigrazione in Italia cresce di circa l’1% annuo, che quasi la metà dei migranti è di origine europea e di religione cristiana e che il saldo per le finanze pubbliche è positivo per circa quattro miliardi di euro. Ha quindi individuato tre linee nella politica migratoria italiana ed europea: la restrizione verso i rifugiati del Sud del mondo, l’accoglienza riservata agli ucraini e le nuove aperture verso i lavoratori, definendo “paradosso illiberale” la contraddizione tra le chiusure annunciate e i quasi cinquecentomila ingressi per lavoro previsti dai decreti flussi. Sul nuovo Patto, Ambrosini ha denunciato l’enfasi sui rimpatri (il termine “ritorni” ricorre 93 volte nel testo), il rafforzamento di Frontex e la possibilità di espellere verso Paesi terzi anche famiglie con minori, osservando come l’esternalizzazione renda l’Unione ricattabile dai partner esterni, come mostrato dal caso Spagna-Marocco.

Il professor Dragan Umek (Università di Trieste) ha ricostruito l’evoluzione storica della rotta balcanica attraverso le sue ricerche sul campo dal 2015. Ha descritto il passaggio dal “corridoio umanitario” del 2015-2016 alla “zona cuscinetto” seguita all’accordo UE-Turchia, fino alla fase attuale di “invisibilità”: dopo il 2023, i migranti non scompaiono ma vengono resi invisibili dal sistema degli smuggler, che ha sostituito le reti di accoglienza. Umek ha sottolineato come confini e barriere non fermino i flussi, ma li rendano più costosi e pericolosi e come l’ingresso di Bulgaria e Romania in Schengen ne stia ridisegnando i percorsi. In questo quadro, Trieste resta un caso unico di visibilità residua lungo l’intera rotta.

La dottoressa Silvia Maraone (IPSIA-ACLI), grazie alla sua esperienza sul campo in Bosnia-Erzegovina, ha portato la testimonianza diretta di un Paese candidato all’adesione UE trasformato in luogo a cui “scaricare” delle persone respinte. Ha descritto la debolezza istituzionale di uno Stato diviso e privo di capacità proprie di gestione, dove i fondi europei sono di fatto amministrati dalle organizzazioni internazionali. Maraone ha denunciato la violenza sistematica ai confini, tra respingimenti, distruzione di beni e documenti e abusi anche su minori non accompagnati, sottolineando che tali violazioni avvengono a opera di polizie di Stati membri dell’Unione, specialmente Croazia e Grecia. Ha infine segnalato i continui investimenti europei in strutture di detenzione ed espulsione sul territorio bosniaco, interrogandosi sulla loro reale destinazione.

Il dottor Gianfranco Schiavone (Consorzio Italiano di Solidarietà, direttivo ASGI) ha offerto infine la lettura giuridica del fenomeno, definendo il Patto un corpus che stravolge l’impianto europeo sul diritto d’asilo in nome della deterrenza. Ha denunciato un vero e proprio “accanimento” nei confronti del diritto d’asilo, che pure dovrebbe rappresentare l’area più tutelata dell’ordinamento internazionale e costituzionale, leggendo in questa tendenza l’apparente ripudio, da parte dell’Unione, dell’idea stessa che l’asilo sia un diritto individuale. Ha criticato in particolare la “finzione di non ingresso”, che colloca i richiedenti in un limbo giuridico pur essendo già fisicamente sul territorio dell’Unione, mettendo inoltre in guardia sulla modifica introdotta nel marzo scorso, che prevede la possibilità di cedere a un Paese terzo il richiedente asilo insieme all’obbligo di esaminarne la domanda. Una prospettiva che, ha argomentato, appare incompatibile con la Convenzione di Ginevra del 1951 e che avvicina la traiettoria europea a quella statunitense, accomunata dalla volontà di svuotare l’asilo della sua natura di diritto soggettivo.

Nel dibattito conclusivo, i relatori hanno approfondito il rapporto tra il modello Albania e gli hub di rimpatrio, le prospettive di adesione della Bosnia, l’affidabilità dei dati sui flussi in un contesto di crescente informalità e i limiti dell’azione europea in materia di diritti umani; diritti di base che, è stato osservato, l’UE non riesce a garantire neppure all’interno dei propri Stati membri.

Lo special issue di Studi Internazionali dedicato alla rotta balcanica e all’esternalizzazione delle frontiere sarà pubblicato a luglio e reso accessibile gratuitamente sui canali del Centro.

La registrazione dell’evento è disponibile sul canale YouTube del CSI al seguente link: https://youtu.be/nSbi_EWZqJk

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